Per anni si è ripetuto che macOS fosse “naturalmente” più sicuro di Windows, quasi come se il sistema operativo di Apple avesse un’immunità di fabbrica contro virus e frodi online. Tuttavia, la fotografia scattata dal nuovo studio di Kaspersky racconta un’altra storia: l’idea di una piattaforma intrinsecamente protetta continua a guidare molte scelte quotidiane, ma proprio questa sicurezza percepita può diventare un punto debole. Infatti, quando l’attenzione cala, aumentano le probabilità di cadere in trappole semplici ma efficaci, come phishing, furti di account e download ingannevoli.
La ricerca, condotta su migliaia di utenti in numerosi paesi, mette in luce un paradosso: chi usa macOS segnala in media più incidenti di cybersecurity, e al tempo stesso adotta meno misure di sicurezza rispetto a chi lavora su Windows. Non si tratta di “colpe” individuali, ma di abitudini e convinzioni radicate, ossia falsi miti che oggi non reggono più. Il punto chiave, quindi, non è decretare un vincitore, bensì capire come cambiano gli attacchi e come adeguare la protezione dati con strumenti e comportamenti coerenti.
- Lo studio di Kaspersky rileva una maggiore incidenza dichiarata di alcuni incidenti tra utenti macOS rispetto a utenti Windows.
- Nonostante ciò, molti utilizzatori Mac attivano meno contromisure classiche di sicurezza informatica.
- La sicurezza moderna dipende soprattutto da abitudini, aggiornamenti, backup e igiene digitale, non dal marchio del dispositivo.
- Phishing e furto credenziali restano vettori dominanti, perché colpiscono persone e processi prima ancora del sistema operativo.
- Gestione dei cookie e delle impostazioni privacy influisce su tracciamento, personalizzazione e superficie d’attacco, soprattutto sul web.
Sommario
macOS davvero più sicuro di Windows? Cosa misura lo studio di Kaspersky e perché conta
Lo studio di Kaspersky si concentra su due dimensioni che spesso vengono confuse: gli incidenti subiti e le misure adottate. Da un lato, si chiede agli utenti se nell’ultimo anno hanno affrontato eventi come infezioni da malware, tentativi di phishing o furti di dati. Dall’altro, si osserva quali strumenti e pratiche di protezione dati siano stati usati, ad esempio antivirus, autenticazione a più fattori, backup e aggiornamenti regolari.
Il dato che colpisce di più riguarda la quota di utenti che dichiara un’infezione da malware: nella rilevazione diffusa nel 2026, macOS arriva al 12% contro il 9% di Windows. La differenza non significa che macOS sia “peggiore” in assoluto, tuttavia indica che il rischio reale non è affatto trascurabile. Inoltre, il numero va letto insieme a un altro elemento: molti utenti Mac mantengono una postura difensiva più leggera, e quindi offrono ai criminali informatici un terreno più fertile.
Per rendere l’idea, si immagini una piccola società di consulenza, Studio Riva, con dieci dipendenti: sei lavorano su MacBook, quattro su PC Windows. Se il team IT configura criteri rigidi sui PC (aggiornamenti forzati, protezione endpoint, blocco macro, backup automatizzati) ma lascia i Mac con impostazioni “di default”, la sicurezza informatica complessiva diventa disomogenea. Così, anche un singolo Mac meno protetto può trasformarsi in un punto d’ingresso per phishing o furto credenziali.
Incidenti dichiarati vs attacchi reali: come interpretare le percentuali
Le percentuali di uno studio indicano tendenze, quindi vanno interpretate con attenzione. In primo luogo, “aver subito un’infezione” spesso significa aver notato un comportamento anomalo, aver ricevuto un alert, oppure aver dovuto ripristinare il computer. Di conseguenza, l’autopercezione e la capacità di riconoscere un attacco influiscono sul dato.
In secondo luogo, gli attacchi moderni non cercano sempre di installare un virus classico. Al contrario, molti puntano a rubare sessioni del browser, cookie, password e token. Perciò, anche quando non si vede un malware evidente, si può perdere l’accesso a una casella email o a un account cloud. In questo scenario, la distinzione macOS vs Windows conta meno del comportamento: clic su link, riuso password, assenza di 2FA, concessioni di permessi a estensioni del browser.
Perché il mito della “sicurezza intrinseca” resiste ancora
Storicamente, Windows ha avuto una base installata più ampia, quindi è stato un bersaglio molto appetibile. Di conseguenza, nell’immaginario collettivo, “PC” è diventato sinonimo di virus. Tuttavia, la popolarità dei Mac in ambienti creativi e professionali è cresciuta, e quindi anche l’interesse degli attaccanti si è spostato.
Inoltre, macOS integra funzioni utili come Gatekeeper, sandboxing e permessi più chiari. Eppure, nessuna protezione integrata sostituisce una strategia completa: aggiornamenti rapidi, configurazioni coerenti, gestione degli accessi e formazione. Il punto, quindi, non è scegliere un sistema operativo “magico”, ma costruire abitudini che reggano nel tempo.
Mac più colpiti e meno protetti: il divario di misure secondo Kaspersky
Un passaggio centrale dello studio Kaspersky riguarda l’adozione delle difese. In molti contesti, infatti, gli utenti Windows mostrano una maggiore abitudine ad attivare strumenti di cybersecurity “classici”, come soluzioni antivirus complete, controlli del firewall, scansioni periodiche e pratiche di hardening. Al contrario, tra gli utenti macOS si osserva spesso una fiducia più alta nelle protezioni predefinite.
Questo divario produce un effetto pratico: se l’attaccante trova un target meno preparato, investirà meno risorse per ottenere risultati. Così, anche campagne poco sofisticate possono funzionare. Basta una finta notifica di iCloud, un messaggio che promette un rimborso o un allegato “fattura.pdf” che in realtà apre una pagina di login clonata.
Nel caso dello Studio Riva, per esempio, un consulente riceve un’email che sembra provenire dal reparto HR di un cliente. Nel testo si chiede di “confermare i dati per la busta paga”, con un link a un portale. Il dipendente usa macOS e non ha attivato l’autenticazione a più fattori su quell’account, perché “tanto è un Mac”. Di conseguenza, quando inserisce la password, l’attaccante la riutilizza subito su posta e cloud. In poche ore, partono email interne compromesse e richieste di bonifico fraudolente.
Misure che spesso mancano su macOS, e come colmare il gap
Molte lacune non dipendono dalla tecnologia, bensì da scelte quotidiane. Tuttavia, si possono correggere in modo rapido con una checklist concreta. Inoltre, l’obiettivo non è “installare tutto”, ma ridurre i punti d’errore più comuni.
- Attivare 2FA ovunque sia possibile, quindi anche su email e account Apple, non solo sulle banche.
- Usare un password manager, perché il riuso credenziali è ancora un acceleratore di incidenti.
- Abilitare FileVault e cifratura dei backup, così un furto fisico non diventa subito un furto di dati.
- Configurare aggiornamenti automatici e tempi di patching brevi, soprattutto per browser e suite office.
- Impostare backup 3-2-1, quindi locale + cloud + copia offline, utile contro ransomware e cancellazioni.
Queste mosse valgono anche per Windows, tuttavia su macOS fanno spesso la differenza perché riducono la “fiducia implicita”. Il risultato è un comportamento più simile a quello di chi, da anni, convive con l’idea che il PC sia un bersaglio.
Tabella: incidenti e abitudini a confronto (lettura orientativa)
Per visualizzare il senso del divario emerso, una tabella aiuta a distinguere tra eventi dichiarati e approcci di difesa. I valori sugli incidenti riprendono le percentuali citate nello studio, mentre le misure sono descritte come tendenze osservate.
| Piattaforma | Utenti che dichiarano infezione malware (ultimo anno) | Tendenza nell’adozione di misure di sicurezza | Rischio tipico quando la postura è debole |
|---|---|---|---|
| macOS | 12% | Più bassa per strumenti “classici”, più fiducia nel default | Phishing, furto account, estensioni browser malevole |
| Windows | 9% | Più alta per antivirus/controlli e pratiche standard | Malware tradizionale, exploit su software non aggiornato |
La lettura corretta non è “Mac pericoloso, Windows sicuro”. Al contrario, il messaggio è che la sicurezza informatica dipende dalla combinazione tra minacce attuali e disciplina operativa. Da qui, quindi, si passa al tema più sottovalutato: la protezione dei dati nel browser e nei servizi online.
Per capire come questi risultati si collegano alla vita reale, conviene osservare le tecniche più usate nei furti di credenziali. Infatti, molte campagne non distinguono quasi più tra macOS e Windows, perché colpiscono il livello web.
Phishing, cookie e tracciamento: dove oggi si decide la protezione dati su macOS e Windows
Molti falsi miti nascono dall’idea che la minaccia principale sia il virus “classico” che infetta il computer. Oggi, invece, la superficie d’attacco si è spostata sul browser, sulle identità digitali e sui flussi di autorizzazione. Perciò, la protezione dati passa da impostazioni che spesso vengono accettate in modo distratto, come i banner dei cookie, i permessi alle app e le preferenze di personalizzazione.
Il testo informativo che compare su molti servizi web è piuttosto chiaro: i cookie e i dati servono a erogare e mantenere servizi, misurare le interazioni, prevenire spam e abusi, e in alcuni casi anche a personalizzare contenuti e annunci. Se si accetta tutto, si abilita anche una profilazione più spinta. Se si rifiuta, si limita la personalizzazione, ma alcune misurazioni restano. Quindi, la scelta non è soltanto “privacy sì o no”, bensì un compromesso tra comodità, sicurezza e controllo.
Perché i cookie contano anche per la cybersecurity
I cookie non sono solo marketing. In molti casi rappresentano sessioni di accesso, preferenze e token. Di conseguenza, se un attacco ruba i cookie di sessione, l’aggressore può entrare in un account senza conoscere la password. Questa tecnica, spesso chiamata session hijacking, è particolarmente efficace contro chi usa 2FA, perché “salta” il login tradizionale.
Su macOS e Windows il meccanismo è simile, perché dipende dal browser. Tuttavia, cambia il comportamento dell’utente. Se ci si sente al sicuro, si installano più estensioni “utili”, si autorizzano notifiche e si clicca su “Consenti” con meno attenzione. Così, un componente apparentemente innocuo può leggere pagine, intercettare form e, in alcuni casi, esfiltrare dati.
Esempio pratico: dal banner “Accetta tutto” al furto dell’account
Si prenda un caso tipico nello Studio Riva: un analista cerca un modello di contratto e finisce su un sito poco curato. Il banner dei cookie propone “Accetta tutto” in evidenza e “Altre opzioni” in piccolo. L’utente clicca la scelta rapida, quindi prosegue.
Subito dopo compare un finto avviso “Aggiorna il lettore documenti”, che spinge a installare un’estensione del browser. L’estensione chiede permessi ampi, e l’utente conferma perché vuole finire il lavoro. A quel punto, l’attaccante può raccogliere cookie di sessione di servizi cloud, e quindi tentare l’accesso a posta e file condivisi. Il danno non nasce dal sistema operativo in sé, ma da una catena di micro-decisioni.
Azioni concrete per ridurre i rischi nel web, su qualsiasi sistema operativo
Per migliorare la postura senza complicare la giornata, si possono adottare misure “ad alto rendimento”. Inoltre, conviene standardizzarle in azienda, così nessuno resta indietro. Ecco una lista pratica, valida su macOS e Windows.
- Limitare estensioni del browser alle sole indispensabili, quindi rimuovere quelle inutilizzate.
- Controllare i permessi: un’estensione che “legge e modifica tutti i dati” merita sospetto.
- Usare profili separati per lavoro e uso personale, così si riduce la contaminazione di cookie e sessioni.
- Preferire “Altre opzioni” nei banner privacy, così si capisce cosa si sta concedendo.
- Abilitare notifiche di accesso e alert su email e cloud, perché i segnali precoci salvano ore di incident response.
Questa attenzione al web prepara il terreno al prossimo punto: quando un attacco riesce, la differenza la fanno procedure e strumenti di risposta, non l’adesivo sul portatile.
Il phishing resta efficace perché sfrutta urgenza e abitudine. Quindi, vale la pena collegare i comportamenti individuali a politiche tecniche più robuste, soprattutto in ambienti di lavoro ibridi.
Dal mito alla pratica: strategie di sicurezza informatica per aziende e professionisti su macOS e Windows
Quando si parla di cybersecurity in contesti reali, la domanda “macOS o Windows?” diventa presto secondaria. Infatti, la protezione funziona quando si definiscono processi ripetibili: gestione patch, criteri di accesso, backup testati e formazione continua. Di conseguenza, lo studio di Kaspersky è utile perché sposta l’attenzione dall’ideologia alla disciplina.
Nel 2026 molte organizzazioni lavorano con ambienti misti, quindi la coerenza conta più dell’uniformità. Se metà team usa Mac e l’altra metà PC, servono regole comuni: password manager obbligatorio, 2FA, cifratura disco, criteri su USB, e procedure in caso di incidente. Altrimenti, ogni gruppo si convince che “l’altro” sia il problema, mentre l’attaccante sfrutta il segmento più debole.
Hardening leggero ma efficace: cosa impostare subito
Un hardening ben fatto non deve rallentare l’operatività. Tuttavia, deve chiudere le porte più battute. Si possono definire poche impostazioni standard e applicarle con strumenti di gestione, anche in piccole realtà.
Su macOS, conviene verificare FileVault, controllare i permessi delle app, e ridurre l’esecuzione di software non firmato. Su Windows, invece, si lavora spesso su controlli di applicazioni, policy delle macro e protezioni integrate come quelle del sistema. In entrambi i casi, quindi, il principio è lo stesso: ridurre privilegi, aggiornare presto, e registrare eventi utili.
Backup e ripristino: la parte meno “glamour” che salva i progetti
Molti pensano che il backup serva solo contro guasti. In realtà è una difesa diretta contro ransomware, cancellazioni accidentali e compromissioni cloud. Perciò, la protezione dati richiede copie separate e test periodici di ripristino.
Nello Studio Riva, dopo un incidente di furto credenziali, il team scopre che i file erano sincronizzati in cloud, ma senza versioning adeguato. L’attaccante cancella cartelle e svuota il cestino. Se esiste una copia offline, si recupera tutto in ore. Se manca, si negozia con la perdita.
Formazione “anti-falsi miti”: come cambiare la cultura senza allarmismi
Dire alle persone “state attenti” serve a poco. Funziona meglio una formazione breve e frequente, con esempi realistici. Inoltre, conviene collegarla a strumenti concreti: pulsante per segnalare phishing, simulazioni leggere, e checklist per i nuovi assunti.
Un metodo efficace è raccontare scenari: finta consegna corriere, invito calendario, richiesta urgente del CEO. Così si normalizza l’idea che l’attacco può colpire tutti, su macOS come su Windows. Il cambio culturale, quindi, nasce quando il mito lascia spazio a un’abitudine verificabile.
Una postura matura non cerca certezze assolute: costruisce margini di sicurezza con piccoli gesti ripetuti ogni giorno.
Lo studio di Kaspersky dimostra che macOS è meno sicuro di Windows?
Lo studio evidenzia soprattutto un divario tra incidenti dichiarati e misure adottate. In particolare, una quota maggiore di utenti macOS riferisce infezioni malware (12% contro 9% su Windows) e, in parallelo, si osserva spesso una minore adozione di difese tradizionali. Quindi il messaggio centrale riguarda comportamenti e postura di sicurezza, non una sentenza assoluta sul sistema operativo.
Quali sono gli attacchi più probabili oggi su macOS e Windows?
Phishing e furto di credenziali restano tra i più comuni, perché colpiscono identità e processi. Inoltre, aumentano le tecniche legate al browser, come estensioni malevole e furto di cookie di sessione. Di conseguenza, la protezione dati dipende molto da 2FA, password manager, controllo delle estensioni e aggiornamenti rapidi.
Serve un antivirus su macOS nel 2026?
Molti scenari traggono vantaggio da una protezione endpoint anche su macOS, soprattutto in ambito professionale. Tuttavia, l’efficacia cresce quando l’antivirus è parte di una strategia più ampia: aggiornamenti automatici, cifratura, backup testati e formazione anti-phishing. Quindi la scelta va valutata insieme al livello di rischio e alle esigenze operative.
Rifiutare tutti i cookie aumenta la sicurezza informatica?
Ridurre tracciamento e profilazione può aiutare la privacy, tuttavia la cybersecurity dipende soprattutto da come si gestiscono sessioni e autorizzazioni. Anche rifiutando i cookie non essenziali, restano rischi legati a phishing, estensioni e login su siti falsi. Perciò conviene combinare scelte privacy consapevoli con 2FA, password manager e controllo dei permessi del browser.